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Regali austeniani sotto l’albero

Cari lettori, passate le feste e le abbuffate – per me tanto di cibo quanto di libri e di cinema 😉 – ripartiamo con nuovi post e nuove curiosità. Il 2013 è stato un anno molto intenso dal punto di vista della rivisitazione austeniana in Italia, merito del bicentenario della pubblicazione di O&P. Auguriamoci che nel 2014 si dimostri altrettanto fermento e che abbiano luogo altre importanti manifestazioni austen-themed (a dire il vero già vi parlerò di una di queste nel mio prossimo post).

Per oggi, mi piaceva iniziare i post del 2014 raccontandovi di un regalo molto speciale che ho trovato quest’anno sotto l’albero. L’artefice-babbo Natale- è una mia cara amica bibliotecaria che scova sempre splendide ed inaspettate chicche austeniane (dai cioccolatini alla rara edizione di un volume) e quest’anno sono stata *premiata* con una pregiata edizione della traduzione italiana di O&P a cura di Giorgio Caprin, datata 1932, quando ancora il titolo era Orgoglio e Prevenzione ed i personaggi si chiamavano Elisabetta (Bettina), Giovanna, Carolina e Carlo Bingley e via dicendo.

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Orgoglio e Prevenzione, traduzione di G. Caprin, II° edizione, 1932

E’ anzitutto estremamente emozionante avere tra le mani un’edizione di O&P di 80 anni, ma a parte la sua veneranda ‘età’, è emozionante perché so quanto valore abbia questo volume in una prospettiva di storia e di critica della ricezione dell’autrice in Italia. Ne parla largamente Beatrice Battaglia nel suo saggio del 1997 intitolato “The Reception of Jane Austen in Italy” e pubblicato all’interno del volume The Reception of Jane Austen in Europe (ed. A. Mandal e B. Southam) e voglio qui riprendere alcuni punti fondamentali del suo saggio.

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Orgoglio e Prevenzione, Capitolo I

La traduzione di Caprin, pubblicata all’interno della collana “Biblioteca Romantica diretta da G. A. Borgese” (il cui Romantica è un termine che abbraccia in realtà diverse correnti e generi letterari in quanto ne fanno parte tanto Goethe quanto Wilde e Dickens…), è la prima traduzione italiana del romanzo della Austen e dunque è principalmente attraverso questo testo che il pubblico italiano ha iniziato e imparato a conoscere l’autrice. Della traduzione, di cui si è già parlato e scritto in ambito accademico, parleremo poco (non voglio soffermarmici). Invece ci che mi interessa è discutere un po’ della NOTA a Austen che compare alla fine del volume (all’inizio, se non erro, nella prima edizione). La Nota nient’altro è che un breve profilo biografico di JA che riprende in gran parte il Memoir e che ha influenzato tutta la futura ricezione della Austen in Italia. E non è dire poco.

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Il ritratto di Jane Austen

Sebbene Caprin parta tutto sommato bene definendo O&P “un romanzo che può sembrare, superficialmente, da signorine” – sottintendendone, spero e mi auguro, la sua maggiore complessità stilistica e di intreccio, che ne fanno una storia ben più articolata di un semplice romanzetto rosa – le parole che riserva per la Austen non sono sempre così obiettive. Per Caprin, la Austen era una “signorina senza pretese di scrittrice” che compose O&P “per passatempo suo e per leggerlo in famiglia, come avrebbe ricamata una borsetta o dipinto un paravento”. Era una ragazza che, della vita “sapeva quel pochissimo che si poteva scorgerne dal di dentro di una regolarissima famiglia di pastore anglicano” (che regolarissima poi sappiamo non essere stata…) e che abitava “un piccolo mondo inglese conservatore ben conservato nella sua struttura tradizionale, con le sue classi sociali ben distinte, con tutte le sue forme e formalità sacrosante”. Caprin, insomma, restringe il campo e relega la Austen, non soltanto ad una dimensione prettamente domestica, facendola scrivere solo per diletto suo o della famiglia, con la stessa abilità di come avrebbe tenuto in mano un ago o un pennello (gli echi del Memoir si sprecano), ma la inscrive in un paesaggio conservatore, immobile, arcadico, nostalgico: un piccolo mondo perfetto. Le classi social ben distinte e la parola ‘conservatore’ mi fanno alquanto sorridere, così come un altro appunto che fa Caprin più avanti, ovvero che JA “visse durante le guerre del suo paese contro Napoleone – ma nei suoi romanzi nemmeno se ne accorse”, peccato allora la presenza della militia a Meryton o i riferimenti delle decorazioni alla francese “decisamente poco patriottiche” menzionate da Caroline Bingley nel romanzo di O&P.
Caprin prosegue liquidando O&P come “il romanzo di una signorina […] senza orizzonti, senza passioni, che aveva letto abbastanza […] ma che non entrò mai nella vita letteraria” e, più avanti, riecheggia in modo ancora più evidente il Memoir quando, parlando della vita della Austen, afferma che “non si può immaginare una vita più povera di casi della sua”, scandita solo da qualche breve viaggio a Londra, Bath e a Southampton e, ovviamente, dalla scrittura e pubblicazione dei romanzi, fino a quando “la vita di Jane Austen era scivolata in silenzio domestico” (facendo qui riferimento agli ultimi anni a Chawton).
Insomma… salviamo di questa introduzione le giuste affermazioni che Caprin fa sullo spirito comico della Austen, “quella sua comicità benevola ma precisa” e sul suo stile narrativo scenico, quasi teatrale, insomma, al punto che Caprin paragona la Austen al nostro Goldoni. Per il resto, il suo ritratto è zeppo di luoghi comuni dal sapore ancora troppo vittoriano e che, purtroppo, non le rendono giustizia. Ben so, d’altra parte, quanto il periodo storico in cui questa nota biografica è stata scritta abbia potuto influire sulla scrittura stessa e altresì quanto in parte influisca sulla scrittura di Caprin la sua peculiare percezione (stereotipata) non soltanto della scrittrice ma anche dell’Inghilterra stessa. Ma questo meriterebbe un discorso a parte.
Tornando alla nota, oggi, grazie agli studi revisionistici e alla critica internazionale, si è potuta scardinare questa visione della Austen troppo domestica e relegata in un piccolo mondo perfetto e chiuso su se stesso. Tuttavia, la domanda cruciale è: questo è avvenuto anche in Italia? Purtroppo no. Il ritratto di Caprin ha aperto le porte allo studio della Austen in Italia e critici dopo di lui si sono ispirati anche alle sue parole, senza contare poi che la sua traduzioni era virtualmente l’unica in circolazione fino agli anni ’70. Non essendo stato (e non essendo tuttora, in parte) il pubblico italiano, protagonista e destinatario di una critica revisionista che togliesse alla Austen la sua maschera vittoriana, ha continuato a raccontarsi le stesse cose (in parte sbagliate) finché questa idea non si è addirittura rinforzata.

La maggior parte di adoranti fan italiani pensano di conoscerla bene, ma quante volte si vede paragonata a scrittrici vittoriane oppure la si vede accostata a memorabilia vittoriane e via dicendo? Prima o poi bisognerà rassegnarsi, cari miei, al fatto che vittoriana non la era e che, anzi, era più settecentesca che ottocentesca. A meno che le esigenze di mercato (o di un pubblico fermo sulle sue impressioni) non richiedano altro…….